Un anno in Cina

Trai tanti racconti e le tante lettere che ci mandano i nostri ragazzi, pubblichiamo questo resoconto completo dell'esperienza di Maria, che ha trascorso l'anno scolastico 2011/2012 a Lanzhou.



Prima di partire

Era il 17 di agosto quando, in lacrime, ho salutato i miei genitori e il mio fratellino, nella sala di quell’immenso hotel alla periferia di Roma, consapevole del fatto che per 10 lunghi mesi non avrei rivisto le loro facce né sentito le loro voci, se non attraverso un’immagine sfuocata nel computer.
Non ricordo quando ho deciso di partire: forse ne ho sentito parlare da amici, forse alla televisione. Mi sono informata di cosa fosse Intercultura (l’associazione no profit che ogni anno permette a migliaia di ragazzi di partire da e per ogni parte del mondo) e, giorno dopo giorno, mi sono convinta che non c’era nulla che desiderassi di più che partire per scoprire qualcosa di nuovo. Ricordo, invece, esattamente il giorno in cui ho scelto di andare in Cina. A casa discutevamo sui pro e sui contro delle possibili destinazioni: tra Stati Uniti e Messico, Argentina, Hong Kong, Honduras e Costa Rica, la scelta per la Cina è stata unanime. “Vai e impari il cinese, scopri un’altra cultura, impari cose davvero diverse..” mi hanno detto. E così mi hanno convinto.

L’estate prima della partenza è volata; avevo come l’impressione che quello fosse l’ultimo tempo che mi restava per fare tutto ciò che mi piaceva e per stare con le persone a cui volevo bene, il che mi portava ad essere sempre fuori, ad essere contesa da tutti. Ma, anche se la ricordo come un’estate intensa e movimentata, non dimentico i momenti di panico che mi prendevano all’improvviso. La valigia sembrava non essere mai pronta o, quando credevo di averci messo tutto, era però sempre troppo pesante. Ogni tanto mi capitava di piangere all’improvviso, presa dall’ansia e dalla paura pensando a quello che sarei andata a fare; capitava che la sera non chiudessi occhio mentre mi chiedevo: “Sei davvero sicura?”, mentre la mia mente viaggiava da sola, cercando di immaginarsi quello che avrei potuto incontrare dall’altra parte del mondo.
Poi il fatidico giorno è arrivato e, con altri 40 ragazzi italiani, ero su quell’aereo che da Roma mi avrebbe portato a Pechino.

L’arrivo in Cina

I primi giorni nella capitale sono stati traumatici. Appena usciti dall’aeroporto l’aria era irrespirabile, il cielo giallo e il sole nascosto dallo smog. Nell’hotel non sono riuscita a toccare cibo, forse perché al cibo cinese non ero ancora abituata, forse perché il mio stomaco era chiuso.
Ancora non sapevo che, per raggiungere la mia città, Lanzhou, mi aspettavano 23 ore di treno. Già alla stazione, ricordo i miei primi pensieri sulla Cina: tante, tantissime persone ovunque, che urlavano e ci guardavano passare, che si spingevano o dormivano sdraiati per terra. Dei bambini con un buco in mezzo ai pantaloni (buco strategico che evitava di dover loro togliere i vestiti nel momento in cui avevano bisogno… anche per strada ) raccoglievano dal pavimento pezzi di cibo che erano loro caduti e li rimettevano in bocca, senza che nessuno li fermasse.
E’ stato proprio durante queste lunghe ore di viaggio che ho iniziato a conoscere gli altri ragazzi stranieri con cui avrei condiviso un anno della mia vita: un altro ragazzo italiano, una tedesca e un tedesco, una giapponese, uno svizzero, un danese, una russa e una tailandese; insomma una piccola rappresentanza da tutto il mondo.
Finalmente arriviamo a Lanzhou (una “piccola” città di 3 milioni e mezzo di abitanti) e tutto mi sembra un sogno: enormi grattacieli arrivano al cielo, migliaia di macchine e taxi che si muovono veloci nel traffico, un viavai continuo di persone, venditori ambulanti di pannocchie, patate, spiedini di frutta caramellati; banche ,negozi e ristoranti in ogni angolo della strada.

L’impatto con Lanzhou, la mia città, e con i cinesi

Lanzhou, capitale del Gansu, si trova al centro della Cina e si estende in lunghezza: l’unica città cinese ad essere attraversata dal Fiume Giallo (che alcune guide turistiche definiscono “color del cioccolato”, immaginate che colore sia….) e delimitata da due lunghe catene montuose. Quando ho saputo che la mia città sarebbe stata proprio quella, mi sono precipitata in libreria, alla ricerca di maggior informazioni turistiche, molte delle quali dicevano: ”Se state davvero pensando di andare a Lanzhou, vi proponiamo di cambiare idea” oppure “Secondo alcune statistiche sembra risultare la città più inquinata dell’intero pianeta..”.
Appena arrivata a destinazione ho conosciuto quella che sarebbe stata la mia famiglia per un anno: il primo impatto è stato positivo, soprattutto con la sorella, che mi abbracciava in continuazione come per assicurarsi che non fosse tutto frutto della sua fantasia.
Le prime settimane, quando ancora la scuola non era iniziate, sono stati giorni di pura scoperta.
Messo il piede fuori casa ho iniziato a farmi le prime idee riguardo al traffico cittadino. Qui non ci sono regole, ognuno fa quello che vuole. Se vuoi passare per primo, devi suonare più forte, ma non è detto che questo basti perche l'altro si fermi. Non ci sono precedenze, segnali stradali, ben pochi semafori e strisce pedonali. Se devi attraversare la strada, ti munisci di tanto coraggio e ti butti tra le macchine, a cui però importa poco che tu vuoi passare, e sicuramente non si fermano per te.

E’ molto strano camminare per strada in Cina, se sei un occidentale. Solitamente la gente ti fissa per un po’, poi cambia punto d osservazione, poi ritorna a fissarti, può capitare che ti indichino, e facciano girare anche altre persone, può capitare che ti facciano una foto, o ti chiedano di farla con loro, rigorosamente mostrano indice e medio alzati in segno di vittoria.
A volte per strada incontri persone che fanno esercizi, o persone che ballano insieme in piazza, che fanno kung fu, con grandi ventagli rossi. Quando compri qualcosa, DEVI contrattare. Ti viene detto un prezzo, tu lo abbassi, lui lo alza di poco, tu lo abbassi di poco, e se non sei soddisfatto e decidi di uscire dal negozio, vieni richiamato dentro e ti viene fatta l’offerta che volevi.
Un mito da sfatare sulla Cina, o perlomeno riguardo a dove ero io, è l’idea di non potersi soffiare il naso. Anche io lo credevo prima di partire, eppure tutti lo fanno, e tutti starnutiscono, e non ho mai visto nessuno scandalizzarsi per questo. Io invece sono rimasta un po’ scandalizzata quando vedo come sputano rumorosamente per terra, come si impegnano nel ruttare, a casa, per strada, al ristorante, come aspirano altrettanto rumorosamente zuppe o “spaghetti”.
La seconda settimana ho partecipato ad un funerale, un momento completamente diverso da come lo intendiamo noi in Occidente. In Cina il colore del lutto è il bianco, per cui tutti indossavano un camice bianco, spesso sporco, e sembrava di essere in ospedale. La prima cosa che ho notato entrando nella casa della defunta (la nonna della mia sorella ospitante), oltre al disordine che regnava dovunque, era che lo specchio in fondo al corridoio di fronte alla porta d’ingresso era oggi coperto da un telo.
Al bordo della strada erano state allestite due tende. In una c’era la bara, nell’altra si preparava del cibo. In quella con la bara c’era di tutto, a partire da striscioni colorati appesi al soffitto, grossi dischi ricoperti di carta argentata a sua volta ricoperta di coloratissimi fiori finti e strisce di caratteri cinesi, pezzi di stoffa con disegni e ancora scritte in cinese, bambole, cibo, candele colorate, una grossa ciotola in cui si bruciava della carta. Di fronte alla bara ci si chinava con dell’incenso accesso nelle mani e alcuni pezzi di carta da bruciare in una ciotola. Nessuno piangeva, anzi. Tutti ridevano, scherzavano, mangiavano soprattutto. Poi bevevano grappa, giocavano a carte, fumavano sigarette. Ho conosciuto tutti i parenti, ed ho scoperto che in Cina tutti si chiamano fratello, sorella, zio, zia. E’ un’immensa, unica famiglia.

Finalmente, a fine agosto, ho iniziato la scuola.
La sveglia suonava, per me, alle 6 e mezza. Dopo aver fatto colazione, riempivo d’acqua calda la mia piccola thermos da portare a scuola (indipendentemente che fosse estate o inverno) e con mia sorella uscivamo di casa.
Alle 7 e 05, eravamo fuori casa. Dopo una decina di minuti arrivavamo all’entrata: qui due guardie in uniforme ci chiedevano la tessera dello studente per aprirci il cancello. Percorrevamo l’immenso viale della scuola lasciandoci a destra, prima i campi da calcio, quelli da basket e quelli da pallavolo, poi il laghetto con il ponte, e la piccola pagoda rossa; a sinistra il campo d’atletica, la palestra, il ristorante e il supermercato.
Ogni classe ha il proprio professore che tutte le mattine conta che ci siano tutti gli alunni e punisce quelli in ritardo. Lui sta con la propria classe per i primi 20 minuti, dalle 7 e 20 alle 7 e 40, durante i quali gli studenti ripassano da soli la lezioni, oppure viene scelto qualcuno incaricato di leggere ad alta voce svariate cose da ripassare.
Il professore della prima ora entra in classe e dice “Shang Ke” (“La lezione ha inizio”) e i ragazzi rispondono “Lao Shi Hao” (“Professore buongiorno”), alzandosi in piedi. Ogni lezione dura 40 minuti, e tra queste c’è una pausa di 10 minuti. Ma non è detto che al suonare della campanella il professore se ne vada, anzi. Ho visto professori che sentendo la campanella, si sono avvicinati alla porta e l’hanno chiusa per non essere disturbati dagli schiamazzi di chi la pausa, invece, poteva godersela. Ma gli alunni non si lamentano, continuano ad ascoltare - senza lamentarsi - la lezione, e aspettano che la spiegazione sia finita. Di certo non si precipitano come noi al bar per accaparrarsi i posti in prima fila.
Dopo 3 ore di lezione al mattino, si va tutti nel campo di atletica per gli esercizi mattutini.
Ogni lunedì mattina un po’ di classi alla volta si dispongono in righe, con la faccia rivolta verso le bandiera, e a tempo di musica le osservano salire, più o meno silenziosi. E' il momento che mi piaceva di più: la cerimonia dell’alzabandiera. Quando entravamo tutti nel campo di atletica e ci disponevamo in fila e poi l’inno nazionale iniziava. Mi sentivo come se stessi facendo qualcosa di importante, qualcosa che legasse così tante persone, che a tempo di musica eseguono gli stessi identici movimenti e quindi doveva per forza avere una certa importanza. A questo segue un lungo discorso che mi è sempre stato un po’ difficile capire. Una volta, a fine discorso, i miei compagni mi hanno riportato ciò che era stato detto: ”E’ stata tolta la rete nei dormitori, cosi i telefoni non prendono più. I maschi possono parlare con le ragazze per massimo dieci minuti. E ricordiamo che i ritardi saranno puniti in modo severo.” Io sembravo scandalizzata e stupida, loro accettavano senza fiatare.
Alle 12 finisce la mattinata e si può andare a casa, oppure alla mensa della scuola. Dopo pranzo gli studenti cinesi di solito dormono un’oretta, per non essere troppo stanchi quando alla sera dovranno rimanere alzati fino a notte fonda.
Si ritorna a scuola alle 14 e 30 e ci sono altre 4 ore di lezione. Solitamente le 9 ore di lezione giornaliere sono tutte ore di materie diverse, quindi è molto probabile che i compiti vengano assegnati da un giorno all’altro, ma nemmeno in questo caso nessuno si lamenta.
Noi stranieri avevamo 18 ore di lezioni private a settimana, 9 con un’insegnante e 9 con un’altra. Non studiavamo solo cinese, ma andavamo in palestra, giocavamo a ping pong, pallavolo, badminton, abbiamo provato tai chi, calligrafia, abbiamo decorato la nostra classe con le bandiere delle nostre nazioni, piccoli oggetti tipicamente cinesi, cartine della Cina e del mondo, abbiamo giocato e imparato canzoncine.
Alle 17 e 40 finisce anche il pomeriggio. C’è chi va di fretta a casa, chi si ferma a scuola per una partita di calcio o per correre un po’.

Dopo cena molti studenti ritornano ancora a scuola, dalle 7 e mezza alle 10 e mezza, e qui studiano individualmente e svolgono i propri compiti. Il rapporto professori-studenti in Cina è molto diverso dal nostro italiano. Le lezioni sono unicamente lezioni frontali: il professore per un’ora intera spiega la sua lezione, e nessuno lo interrompe per fare domande, per avere chiarimenti, per dare delle risposte. Nella mia classe c’erano ben 56 studenti, ma durante la lezione non si sentiva volare una mosca.
Ricordo di una mattina in cui un mio compagno è arrivato in ritardo di qualche minuto e il professore, che lo aspettava fuori dalla classe, ha iniziato a urlare e ha finito tirandogli una sberla.
Quando gli studenti tornano a casa non è finita. Bisogna fare altri esercizi, che “Non sono compiti, ma esercizi aggiuntivi per migliorare!” Poi, finalmente, a notte inoltrata, si può spegnere la luce ed addormentarsi, consapevoli che tra meno di 5 ora la sveglia suonerà di nuovo.

Il cibo

Ricordo dei primi giorni in cui, preoccupata, dicevo a mia mamma che continuavo a dimagrire. “Non mangio, non mi piace, è troppo piccante.” E invece, dopo qualche mese, del cibo mi sono innamorata.
La colazione è stata, almeno all’inizio, ciò che più mi metteva in difficoltà. Ho mangiato delle specie di ciambelle, dolci ma non troppo. Ho provato anche spaghetti in brodo piccante, carne di manzo, zuppa di riso e acqua insipida e un po’ appiccicosa, fagottini di verdure, palline poco invitanti molto appiccicose ripiene di un qualcosa verde, in un liquido dolciastro; rotoli di “torta” con “marmellata”; mooncake, piccole tortine ripiene dei più svariati ingredienti, dolci e salati. E ogni tanto anche una semplice e tanto sognata fetta di pane con la Nutella.

Ci sono due piatti che ricordo particolarmente. Una assomiglia a una spugna, di colore marrone chiaro. Nella parte del gambo assomigliava tanto ad un broccolo ma se poi la guardavi in superficie a me ricordava i sedili di una macchina. Quei sedili di pelle che quando ci passi il dito sopra in una direzione puoi disegnare e scriverci frasi, e quando passi la mano della direzione opposta tutto si cancella e puoi ricominciare. Se la immergevi nell’acqua questa si gonfiava, se poi la strizzavi si raggrinziva ed usciva dell’acqua un po’ marroncina. Descritta cosi certo non sembra molto invitante e non che al gusto si riscattasse. Non riesco a descrivere che sapore avesse, proprio perché non so paragonarlo ad un gusto di qualcosa che si può trovare anche qui. Il secondo sono, sicuramente, le zampe di gallina. Quelle nere, soprattutto, con unghie lunghe che spuntano da ogni dito. Loro le mangiano con gusto, come spuntino comprate al supermercato. Solo dopo qualche mese ho avuto il coraggio di provarle, ma non sono state nulla di speciale. Ho anche mangiato spicchi di aglio interi: se li mettono in bocca e poi ci mangiano il resto, con carne o “pane” forse semplicemente per dare un po’ più sapore alle cose. Non ci sono forchette, cucchiai e coltelli. Se qualcosa deve essere tagliato lo si taglia in cucina prima di servirlo in tavola, tutto si mangia con le bacchette, la zuppa si risucchia rumorosamente dalla ciotola. Nessuno ha un piatto per sé, come in Italia, tutti mangiano dai piatti di portata che sono al centro, e con le proprie bacchette si prendono piccoli assaggi. Poi capita che se viene servito riso, o noodles, o zuppa allora ognuno ha la sua scodella, e insieme a questi ci mangia “il cibo comune”. Non ci sono tovaglie, e i tovaglioli sono solo di carta. Si beve solo acqua calda, perché dal rubinetto non si può bere, e loro non aspettano che si raffreddi.
Solitamente in Cina mangiavamo con la televisione accesa, e la sorella la guardava stregata, mentre mangiava in modo poco elegante. In famiglia aprivano molto la bocca quando masticavano e quello che non volevano più lo sputavano direttamente sul tavolo, che poi pulivano alla fine.

Ci sono molti ristoranti diversi, con cibi che vengono da tutta la Cina.
L’hot pot, che in Cina si chiama Huo Guo è proprio uno di quei cibi che nel primo periodo non riuscivo a vedere, e di cui poi mi sono innamorata. L’hot pot è un grande pentolone al centro del tavolo, che viene scaldato da una fiamma, al cui interno bolle acqua insieme a dell’olio, spezie, peperoncini e tanto altro. Quando è bollente si mettono dentro i vari cibi e questi cuociono e ognuno con le sue bacchette prende quello che vuole.
Ho provato carne di cane scoprendo che, in fondo, non è poi cosi male.
Credo di aver anche provato qualcosa di simile a delle alghe. La sorella le chiamava “Cibo si mare”. Sono verdi, lunghe, simili a tagliatelle ma decisamente più spesse e lisce. Vengono bollite e rimangono abbastanza croccanti, come delle verdure.
Ma il tipico e migliore piatto cinese sono i Jiaozi, i ravoli ripieni di carne e verdure, cotti direttamente in acqua bollente, e mangiati con una salsa di olio, salsa di soia e peperoncino.


Il Capodanno cinese

"Era come se fosse scoppiata la terza guerra mondiale, ma la battaglia consisteva nell'avere i fuochi d'artificio più grandi, più alti, più luminosi, più colorati, più rumorosi. E poi mai in vita mia ho passato così tanto tempo con il naso all'insù, scontrandomi con altri, sempre intenti a osservare il cielo." È la frase che ho scritto nel mio diario e quella che mi sembra rappresentare al meglio il mio capodanno cinese.
Per il capodanno ci si inizia a preparare con molto anticipo, partendo con la pulizia della casa. Si lavano tende, soffitti, docce, vetri, la cappa della cucina, e ogni angolo della casa a cui diventa un'impresa arrivare. Le città si trasformano, o almeno così è stato per Lanzhou. La mia brutta, sporca, triste e noiosa città, è diventata un'esplosione di colori. Luci dappertutto, dagli alberi, ai ponti, ai negozi, ai cancelli. Lanterne rosse in ogni angolo della strada, costruzioni rosse e oro che costeggiano le strade principali, per km e km di strada. Dragoni tipicamente cinesi e timidi fiori finti (rossi, gialli, rosa...) crescono magicamente sugli alberi mentre sotto la neve si posa sul terreno. Le montagne di Lanzhou sono completamente illuminate di verde, il che crea un effetto scenografico a cui non avevo mai assistito prima. Per prepararsi al capodanno bisogna comprare abiti nuovi e un'infinita quantità di cibo. Il pomeriggio del 22 gennaio, la vigilia, l'ho passato a cucinare ravioli, i Jiaozi. Dopo averne riempito uno ad uno ed averli chiusi con un accurato e attento lavoro di dita in alcuni sono state messe delle monetine. Quando l’indomani mattina, il primo giorno dell'anno, li avremmo mangiati anche per colazione, chi avrebbe avuto l'onore di mangiare la moneta avrebbe dato il via ad un anno certamente proficuo e fortunato. Prima di cena siamo usciti per strada. I marciapiedi erano pieni di persone accovacciate a terra intente a bruciare i loro fuochi, come succede anche il giorno della festa dei morti. Dopo uno slalom tra i resti di cenere nera, e quel che restava della neve bianca a terra, abbiamo trovato un posto vuoto e anche noi abbiamo acceso il nostro fuoco. Si brucia carta, soldi finti, cibo, acqua, sigarette. Tutto perché vada ai morti, perché anche loro possano avere tutto quel che serve per vivere ancora. Quando il fuoco si sta per spegnere si fanno tre inchini  e si torna a casa. Alle 8 di sera inizia lo show in tv, interamente dedicato al capodanno. Le famiglie cinesi passano la serata della vigilia incollati alla tv, dove si susseguono spettacoli di acrobazie, di comici, di danza... A mezzanotte si esce di casa, muniti di fuochi d'artificio, pronti alla terza guerra mondiale.

I giorni successivi al primo giorno dell'anno si passano tra eterne visite ai parenti. Ho conosciuto un numero illimitato di fratelli e sorelle, di seconde mamme e secondi papà. Una bambina mi ha salutata dicendo: 姐姐好!(ciao sorella maggiore!) e un ragazzo mi ha stretto la mano mentre mi diceva: hello Sister! Ci si sposta, si accoglie in casa propria. Si chiacchiera, si mangia (sempre), si beve. Di diverso dal nostro lunghissimo pranzo di Natale c'è che ogni due per tre, durante il pranzo, o la cena, qualcuno decide di alzarsi e, partendo dal più anziano a tavola, fino ad arrivare al più giovane, si brinda insieme. Si augura che la salute vada sempre migliorando, che abbia un anno felice. A me (come alla sorella) non hanno fatto altro che augurare che nei miei studi dia sempre il massimo e che abbia una vita felice. Ai ragazzi per lo spring festival, il capodanno cinese, vengono regalati dei soldi, inseriti in bustine rosse.


Le mie famiglie cinesi

A poco a poco, nonostante l’inizio che sembrava positivo i rapporti con la prima famiglia hanno iniziato ad incrinarsi, e alla fine, dopo quasi sei mesi sono riuscita a cambiare.
E’ difficile spiegare a parole quello che provavo dentro di me e che mi ha spinto a decidere di cambiare. Nella prima famiglia non mi sentivo parte di una famiglia che mi apprezzasse e mi volesse bene. Forse dopo pochi mesi può risultare ancora difficile pensare di sentirsi figlia (e sorella) di persone che fino a poco tempo fa nemmeno avevi mai visto, ma vivere in quella situazione non solo era difficile: mi rendeva infelice. Sono partita sentendo tante storie di persone che avevano creato con la loro famiglia legami così forti da spingersi a sentirsi non tutti i giorni, ma quasi, a prenotare aerei e a muovere famiglie per rivedersi, almeno una volta l'anno. Ho sognato che anche la mia avventura sarebbe stata così e invece spesso mi ritrovo a vivere "elemosinando" un sorriso. La relazione più difficile è quella con la madre ospitante: più volte ho dato sorrisi non ottenendo nulla in cambio, ho salutato prima di uscire o una volta tornata a casa, ottenendo si e no un cenno del capo. Ho avuto spesso l'impressione che fosse arrabbiata, che avesse qualcosa da ridire, che non mi volesse davvero qui, che io fossi più un peso, che un piacere. Parlandone con mia sorella ospitante mi è stato detto: "mia mamma ha un carattere così.". Ma a poco a poco mi sono resa conto che non avevo bisogno soltanto di un letto per dormire o di un pasto a pranzo a cena. Volevo tornare a casa con la voglia di starci, a casa. Con la gioia di condividere con loro quei momenti importanti che avrebbero caratterizzato questa mia forte esperienza. In casa ero nervosa, mi svegliavo con poca voglia di affrontare la giornata insieme a loro, non mi veniva voglia di parlare con loro, perché mi sembrava che loro non avessero voglia di ascoltarmi.. Guardando le altre famiglie ospitanti dei ragazzi che vivevano nella mia stessa città, trovavo che ognuno, chi più chi meno, riceve qualcosa. Chi si era svegliato il giorno di natale con la porta piena di fiocchi di neve di carta e un regalo sul letto, chi aveva ricevuto una festa a sorpresa per il suo compleanno. Io non mi sentivo amata, e sentivo, invece che, per quanto potessero essere brave persone, non riuscivano a capire di cosa davvero avessi bisogno.
Fortunatamente con la nuova famiglia mi si è aperto un altro mondo. Fin da subito mi hanno dimostrato affetto e calore: seppur con qualche orario più rigido e qualche proibizione in più, mi sentivo importante per qualcuno, sentivo che sarei partita a fine esperienza con la tristezza di lasciare persone che nell’ospitarmi ci avevano messo il cuore. Ogni sera uscivo con loro a esplorare la città, studiavo nuovi caratteri cinesi, guardavo la televisione. Ho finalmente iniziato a parlare con qualcuno, e finalmente praticavo il mio cinese.


Viaggi alla scoperta della Cina

Nei due lunghi mesi di vacanza per il capodanno ho viaggiato molto in tutta la Cina, con la mia famiglia ma soprattutto con gli altri ragazzi stranieri nella mia stessa città.

Pechino, la capitale immensa, accosta altissimi grattacieli moderni a splendide pagode e giardini antichi.
Tipici di Pechino sono gli hutong, i quartieri popolarissimi, dedalo di vicoli attraversati da fili elettrici a grappoli, senza fogne con numerosissime e discrete toilettes pubbliche, e naturalmente infinite botteghe e cucine all’aperto.

In tutta la Cina è impressionante la quantità di personale pubblico al lavoro, dall’alba a notte, da lunedì a domenica. Nella metro, alle fermate degli autobus per far salire la gente, alla stazione dei treni con quattro controlli d’accesso, alle fermate dei taxi, oltre a polizia, guardie, esercito, netturbini. Dove sembrerebbero sufficienti tre persone, ce ne sono dieci.
Sono tantissime le bellezze da visitare in questa grande città: Città Proibita e piazza Tiananmen con il mausoleo di Mao, Tempio del Cielo, Palazzo d’Estate, Grande Muraglia….Tutte costruzioni immense che danno l’idea del potere che avevano i vari imperatori delle varie dinastie che si sono susseguite. Sono cose che abbiamo tutti visto in film, internet, foto, ma la meraviglia che ti provoca il vederli non svanisce, grazie alle loro forme, ai loro splendidi colori accesi.

Guilin è tipica per i suoi splendidi paesaggi: dal fiume che attraversa la città si osservano i picchi di rocce e di montagne appuntite; le terrazze di riso, “gradinate” di terra coltvate, si presentano bianche quando sono piene d’acqua, verdi quando il riso è cresciuto, gialle quando è maturo, innevate quando è la stagione.

Xian è famosa per i suoi guerrieri di terracotta. Ma la città nasconde molto altro: l’enorme quartiere musulmano con i suoi affascinanti vicoli e la grande mosche, l’enorme fontana nel centro della città che la sera si illumina di luci a tempo di musica.

Xiahe è una delle città al confine del Tibet, caratterizzata dalla presenza di un imponente monastero buddista, circondato da un porticato in cui più di 1000 ruote della preghiera vivacemente colorate vengono girate da migliaia di pellegrini. All’esterno del monastero colpisce il numero di mendicanti che fanno la questua ma soprattutto dei pellegrini – incontrati anche parecchi chilometri addietro, sulla strada asfaltata – che procedono facendo due passi, gettandosi per terra sulle mani (protette da guanti o da palette di legno), appoggiando la fronte a terra, rialzandosi, lanciando le braccia al cielo, rifacendo due passi e così via per centinaia di chilometri. All’interno, invece, splendidi templi con tetti dorati, enormi statue di Buddha, dipinti, arazzi, tappeti, sacre sculture coloratissime fatte in burro come l’odore inequivocabilmente rivelava. Il tutto circondato da sterminati altipiani con gli yak al pascolo e contadini intabarrati.


Salutare la Cina

Quando le persone mi chiedono di raccontare qualcosa della mia Cina, mi chiedono come è andata, mi chiedono di descrivere tutto in una parola, trovo difficoltà ad esprimermi. Mi è difficile raccontare veramente di quello che ho vissuto e provato. L’ultima sera, prima di ripartire per l’Italia, mi sono sdraiata sul letto e mi sono ritrovata con gli occhi spalancati a fissare il soffitto. Sentivo di non essere pronta a lasciare tutto lì e con la mia mente ho iniziato a ripercorre quello che un anno in Cina avesse significato per me. Mi sono resa conto di tutti quei pianti che mi sono fatta prima di dormire, quando volevo solo tornare a casa, a tutte quelle volte che ho nascosto un sorriso, perchè credevo non servisse a niente, a tutte quelle volte che mi sono chiusa in me stessa, chiedendomi chi me l'avesse fatto fare.
E ho capito quanto tempo prezioso ho sprecato, sotto quelle lenzuola, quanti sorrisi potevo regalare che forse mi avrebbero regalato altrettanto.
Ci sono stati momenti difficili, momenti in cui mi sono chiesta cosa ci facessi in un posto tanto lontano e diverso, momenti di disperazione in cui mi rendevo conto di quanto fosse difficile riuscire e esprimere tutte le infinite emozioni che provavo in una lingua che non era la mia. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita sola, momenti in cui non capivo nulla di una lingua tanto complicata e mi dicevo che, almeno, avrei potuto scegliere un posto un po’ più “facile”. Ma la cosa bella è che ora, se penso alla Cina, non mi viene in mente nessuno di quei momenti: ora quando ripenso alla Cina solo mi vengono in mente gli attimi passati con i miei amici stranieri, il sorriso del papà cinese quando mi insegna un carattere nuovo, la tenerezza della mamma che mi porta una scatola di biscotti la sera in camera prima di addormentarmi, gli abbracci dei miei compagni cinesi, le nostre lezioni di calligrafia, di pallavolo e gli esercizi del mattino. Mi sono resa conto di aver lasciato una parte del cuore in ogni angolo del mondo, affidata a persone che, qualunque cosa succeda, so non mi abbandoneranno.

Se mi chiedessero di descrivere la mia Cina forse saprei solo dire: ”Ripartirei domani, anzi oggi stesso.”



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